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Omaggio a Dino Basaldella

Pubblicato in Arte e Storia il 08/06/2009 /
Omaggio a Dino Basaldella
L’appuntamento de “Le Grandi Mostre nei Sassi” a Matera è dedicato quest’estate, in occasione del centenario della nascita, a Dino Basaldella. La mostra rimane aperta fino al 3 ottobre 2009 ed è curata da Giuseppe Appella che si avvale della collaborazione di un gruppo di giovani storici dell’arte tesi ad indagare i primi anni di Dino, oltre che il suo costante impegno nel monumentale (Giovanni Bianchi, Paolo Campiglio) e di un compagno di strada di Dino (lo scrittore e critico letterario Cesare Milanese). L’esposizione comprende 80 sculture, 50 disegni e 21 gioielli datati 1924-1975, oltre a un ricco apparato di immagini, documenti e video, spesso inediti, utili per mettere in luce aree di impegno e di scambi che testimoniano sopravvivenze di influenze o reminiscenze di remote civiltà non discordanti, una sorta di nomadismo culturale che ha facilitato l’assunzione di una tradizione linguistica e proposto problemi e aspetti relativi ai rapidi cambiamenti che nei decenni si sono verificati nel suo lavoro, non ultimo il modo in cui il gusto dell’arcaico cede al sopravanzare del nuovo. Evidente, in Dino, fin dalle prime sculture, il desiderio di rottura con l’accademismo e una sottile vena romantica che mentre lo sollecita a respingere la forma lo incita verso effetti cromatici. Ciò è possibile anche per la evidente maestria artigiana, coltivata con lo zio orefice, e una non comune capacità di lavoro che lo porta a sculture come Lo Squalo (1935), esposto alla Biennale di Venezia del 1936. Frutto di una sentita meditazione, dopo l’adesione al post-cubismo, è il trapasso verso forme più consone al tempo, realizzate con tronconi di ferro desunti dai rifiuti delle officine industriali e connessi ad altri elementi tranciati con energia e definiti in una forma tanto nuova da distaccarlo immediatamente da tutti i riferimenti identificabili: Picasso, Gonzales, David Smith, Colla. L’unico punto di contatto è il collage dei cubisti, capace di dare al brandello di macchina e allo spezzone di ferro una nuova verginità. Con fantasia, dunque, Dino realizza opere (Il quadrante dell’omega e Orecchio di Dioniso del 1963, El Partidor del 1964) che, sfruttando ogni possibilità della materia usurata, raggiungono una dialettica espressiva e una suggestione del tutto arcana ed emblematica.

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